Redazione

Il dibattito in corso sul libero arbitrio

Sempre più evidenze scientifiche mettono in crisi ciò che credevamo di sapere al riguardo
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Ho deciso. Ma sono davvero io ad aver deciso? O la mia scelta era già scritta da qualche parte? Nel destino, forse, o forse nei miei geni. Il dibattito sul libero arbitrio turba i sonni dell’umanità da moltissime generazioni, ma oggi più che mai pare essere diventato centrale per filosofi, genetisti, neurologi e scienziati di ogni campo. Come mai questo ritorno di fiamma? Perché, in fondo, fino a poco tempo fa le teorie che negavano il libero arbitrio erano per lo più dotte speculazioni a cui nessuno si sognava di dar credito. Mentre oggi, alla luce delle più recenti scoperte sul funzionamento del tempo e della mente umana, appaiono spaventosamente plausibili. Vediamo perché.

Il dibattito in corso sul libero arbitrio

Già Sant’Agostino, nel IV secolo dopo Cristo, aveva dovuto fare i conti con il dilemma dell’esistenza del libero arbitrio. Se Dio è onnisciente e vive fuori dal tempo, conoscerà già tutte le scelte che io farò all’interno del tempo. Eppure la libertà di scelta è un caposaldo della religione cristiana, sul quale si basa lo stesso giudizio del Signore. E, in modo speculare, se l’uomo è l’origine delle sue scelte e delle sue stesse fortune, perché dovrebbe ringraziare Dio? Agostino spiega che Dio è solo spettatore delle scelte umane, non attore, e con un certo funambolismo si tira fuori dagli impicci. Circa mille anni dopo, il libero arbitrio sarà il motivo del duellare tra due delle più fini – e famose – menti dell’epoca: Martin Lutero ed Erasmo da Rotterdam.

La concezione moderna del tempo

E oggi? Ai giorni nostri la questione che ruota attorno al libero arbitrio sembra ricondurci sulla strada dei primi filosofi cristiani. Non è più Dio, però, a vivere fuori dal tempo, ma è la nostra comprensione del tempo stesso ad essere profondamente cambiata. Secondo molte delle moderne teorie filosofiche, infatti, il tempo è “già avvenuto”: esiste cioè già nella sua interezza, proprio come avviene per lo spazio. Il nostro vederlo scorrere in una sola direzione, dal passato al futuro, non sarebbe altro che un bias cognitivo legato ai meccanismi della nostra percezione della realtà. Un’affermazione del genere può sembrare astrusa e controintuitiva, e in effetti lo è. Eppure, nelle scoperte della fisica moderna, sono molte le cose a essere controintuitive, e ciò nonostante suffragate da molteplici esperimenti.

I primi passi delle neuroscienze

È chiaro che qualora tutto il tempo sia già avvenuto, come un lungo film già impresso su una pellicola cinematografica, a noi protagonisti del film resterebbe ben poca autonomia decisionale. Faremmo, né più e né meno, quello che la sceneggiatura del film prevede. Ma questo non è neanche l’unico ostacolo che si frappone tra noi e il nostro legittimo desiderio di essere padroni delle nostre vite. Da quando abbiamo cominciato ad approfondire con successo il funzionamento elettrico del nostro cervello, infatti, un nuovo livello di comprensione si è aperto davanti a noi. Attraverso appositi elettrodi, infatti, siamo in grado di interpretare i messaggi cogliendoli dal cervello stesso. Inutile dire che da questa premessa è possibile approfondire i meccanismi interni con un gran numero di esperimenti. Esperimenti come quelli di Benjamin Libet del 1977.

L’esperimento di Benjamin Libet

Benjamin Libet era un ricercatore di neurofisiologia presso il Dipartimento di Fisiologia della University of California, a San Francisco. La sua ossessione era approfondire le risultanze di alcuni studi di cui si parlava molto in quegli anni, che mostravano come, nei momenti antecedenti a un movimento spontaneo, nel cervello umano si verifichi un picco di fluttuazioni dell’attività neuronale. Quando queste fluttuazioni eccedono un certo livello, il cervello stesso dà al corpo l’impulso per il movimento. Al punto in cui le fluttuazioni sono sufficienti a dare impulso all’azione venne dato il nome di “potenziale d’azione” (PR) o potenziale di Bereitschaft.

L’esperimento di Libet mostrò come, in realtà, il momento in cui veniva raggiunto il PR era sorprendentemente precedente al momento in cui il soggetto era conscio di voler compiere l’azione. In altre parole, pareva che i neuroni decidessero di agire (di muovere, per esempio, un dito) prima ancora che la persona fosse consapevole di volerlo muovere. Il neuroscienziato si spinse fino a quantificare il tempo intercorso tra l’impulso del cervello e “l’intenzione”: 300 millisecondi.

Le nuove ricerche e i “7 secondi”

Le risultanze dell’esperimento di Libet crearono un vero e proprio terremoto, le cui onde sismiche si propagarono dal campo delle neuroscienze a quelli della psicologia, della filosofia, perfino della teologia. La stessa idea di Dio, infatti, sembrava minacciata da un attacco così diretto al libero arbitrio. Che dire allora di quando nel 2007, in tempi più recenti e con strumenti di ultima generazione, una serie di scienziati ha portato ulteriori conferme alle ipotesi di Libet, e ha addirittura allargato lo spazio temporale tra impulso cerebrale e scelta a ben 7 secondi? Per fortuna i risultati di questi ultimi esami hanno un margine di errore che ancora ci permette di sperare di avere un qualche ruolo, nelle nostre scelte. Le previsioni ottenute in questo modo avevano una percentuale di successo del 60%.

Antonio Damasio e l’intelligenza emotiva

Le stesse ricerche del neurologo portoghese Antonio Damasio, di cui vi abbiamo già parlato sulle pagine di Generiamo Salute, aprono scenari inquietanti sulla nostra capacità di scegliere, sebbene in maniera indiretta. Se una lesione cerebrale può cancellare la nostra parte emotiva, mantenendo intatta la nostra capacità di ragionamento, e se questo cambiamento si ripercuote in modo plateale sui nostri comportamenti, in che misura possiamo dire di aver davvero scelto le nostre azioni?

Che resta della nostra possibilità di scelta?

L’idea del libero arbitrio è quindi destinata a svanire, insieme alle ultime vestigia del secolo scorso? In molti sembrano pensarla così, sebbene lo stesso Libet, forse travolto dai sensi di colpa, volle ridimensionare la portata delle sue scoperte: «Dato che il problema è di fondamentale importanza per la nostra visione di chi siamo, un’affermazione secondo cui il nostro libero arbitrio è illusorio dovrebbe essere basata su prove abbastanza dirette. Tale prova non è disponibile». La questione è tutt’altro che di lana caprina, dal momento che, se crollasse il castello di carte dell’attribuibilità della scelta in capo all’uomo, dovremmo riconsiderare tutto il nostro sistema sociale. Quale forma di giustizia punirebbe una persona per un’azione che non ha mai scelto di compiere? 

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