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L’effetto placebo è più potente della morfina

Una professoressa di Harvard approfondisce le grandi opportunità che potrebbero derivare dalla comprensione del fenomeno
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Quanto è potente la nostra mente? Molto, molto più di quanto crediamo. La forza della mente è in grado di compiere veri e propri miracoli, come quello di Wilma Rudolph. Wilma era una bambina nera statunitense, a cui la vita sembrava aver riservato solo dolore. Nata in un periodo in cui la segregazione razziale era una terribile realtà, la bambina era la 20esima dei 22 figli del padre, e la sesta degli 8 figli della madre. Viveva in condizioni disagiate, e già da piccola aveva avuto molte gravi malattie: morbillo, pertosse, scarlattina e due forti polmoniti, che avevano rischiato di ucciderla. Come se non bastasse, arrivò anche la poliomelite. All’epoca, e in assenza di cure mediche (all’epoca riservate ai bianchi) le speranze di tornare a camminare per Wilma erano davvero poche.

L’effetto placebo è più potente della morfina

Wilma, però, non tornò solo a camminare. 10 anni dopo, alle Olimpiadi di Roma, vinse 3 medaglie d’oro, nelle 3 gare più importanti della corsa: 100 metri, 200 metri e 4×100. Incredibile. Come era stato possibile? Perché la mente di Wilma, aiutata dall’amore della grande famiglia che non l’aveva lasciata mai sola, era stata più forte di tutte le avversità. Per quanto questa storia possa sembrare solo una favola, è una storia vera e dettagliatamente documentata.

Il potere guaritivo del nostro cervello

Non deve sorprendere, quindi, se il potere guaritivo del nostro cervello vada molto al di là delle nostre comprensioni. I medici di ogni ramo lo sanno bene, e da anni approfondiscono un effetto curativo molto particolare, e in larga parte ancora non spiegato: l’effetto placebo. L’effetto placebo si verifica quando un trattamento inerte come una pillola fittizia, una falsa iniezione o un intervento chirurgico simulato porta ad un reale miglioramento clinico dei sintomi.

Effetto placebo come risorsa, non come ostacolo alla ricerca

L’efficacia dell’effetto placebo è nota da molto tempo, eppure spesso visto più come un problema che come una soluzione. Rende, infatti, difficile interpretare gli esiti degli studi clinici, che devono dimostrare l’efficacia di un farmaco al di là di un controllo placebo. Kathryn T. Hall, professoressa di medicina presso la facoltà di medicina di Harvard, è leader nella ricerca sull’argomento ed ha di recente scritto un libro che vuole cambiare la prospettiva sull’effetto placebo. Intervistata dal Guardian, spiega perché dovremmo considerarlo come un’opportunità e non un ostacolo.

Diversi settori, diversa efficacia

Secondo la professoressa Hall, l’effetto placebo cambia in maniera drastica a seconda dell’ambito in cui ci si trovi. Sembra avere scarso impatto sull’esito degli studi clinici per il trattamento di cancro, virus o infezioni batteriche. Ma in altri settori, quali depressione, sindrome dell’intestino irritabile, epilessia, ipertensione e asma, ha invece risultati straordinari. In altri ancora, come il dolore, può addirittura superare i risultati portati da antidolorifici quali l’ibuprofene, e a volte perfino la morfina.

Le tecniche più moderne per approfondire

“Dall’inizio degli anni 2000 i ricercatori hanno utilizzato la neuroimaging per osservare il cervello nel processo di risposta ai placebo. E c’è molto da fare: è una vera risposta neurologica che coinvolge più parti del cervello che lavorano insieme. Nel dolore, ad esempio, i segnali in arrivo vengono inviati alle regioni di elaborazione del dolore del nostro cervello, ma c’è un’influenza modulante di quei segnali da parte di altre regioni del cervello che possono creare significato e contesto attorno al dolore che stiamo vivendo. La risposta a un trattamento con placebo può indurre la segnalazione degli oppioidi, che aiuta il nostro corpo a controllare il dolore, e la segnalazione della dopamina, che può aiutarci a sentirci bene”.

Si può prevedere l’effetto placebo?

Si può prevedere una risposta al placebo? “La ricerca ha provato ad associare i tratti della personalità del paziente alla sua risposta in termini di effetto placebo. I risultati, però, non sono stati incoraggianti, e non è stato possibile individuare delle caratteristiche emotive che facessero arrivare a previsioni affidabili. Oggi la medicina prova strade più moderne, le firme cerebrali tramite neuroimaging mostrano che è possibile che si basi sull’anatomia del cervello. Abbiamo anche iniziato a guardare alla genetica, che è stata il mio focus di ricerca. I geni che influenzano la tua risposta al placebo possono essere chiamati “placebome” .

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