Il vaccino anti-covid potrebbe essere inefficace sugli anziani

Con la diminuzione del numero di linfociti T la risposta immunitaria indotta potrebbe essere troppo blanda

È notizia recente, annunciata in pompa magna, che allo Spallanzani di Roma sia cominciata la sperimentazione sull’uomo dell’attesissimo vaccino anti-Sars-Cov-2. L’umanità tutta attende col fiato sospeso la pallottola d’argento che permetta di sconfiggere la malattia del secolo e faccia tornare tutti noi a una vita normale. Una pallottola d’argento che però non è affatto detto che esista. La realizzabilità del vaccino, però, purtroppo non è l’unico aspetto che tenda a fare raffreddare gli entusiasmi della comunità scientifica. Nel definire la nostra risposta sanitaria al virus bisogna infatti tener presente un altro aspetto. E cioè che il vaccino potrebbe rivelarsi meno efficace proprio per il segmento di popolazione a cui serve di più: gli anziani.

Non si tratta di una peculiarità di questo vaccino in particolare. I medici sono consapevoli ormai da tempo, grosso modo dagli inizi del secolo scorso, del fatto che la risposta immunitaria ai patogeni varia da persona a persona. E, soprattutto, che tende ad affievolrsi col passare degli anni. Questo fenomeno ha anche un nome: immunosenescenza. La ragione di questo decadimento fu messa in luce da Edith Boyd negli anni ’30 del ‘900. Boyd si accorse infatti che una piccola ghiandola posta all’altezza dello sterno, il timo, si riduceva di peso e grandezza col trascorrere degli anni. Dopo quella prima intuizione, furono necessari ancora molti anni prima che la scienza arrivasse a capire a cosa serviva quel piccolo organo. Infine si scoprì che era proprio nel timo che l’organismo umano produce i linfociti T, cellule di importanza fondamentale nella modulazione della risposta immunitaria dell’organismo. Con l’avanzare dell’età i linfociti T adattabili diventano sempre meno, quindi si diventa più resistenti ai virus che il corpo conosce già, ma al contempo il sistema immunitario perde molta della capacità di riconoscere i nuovi. Si stima che già intorno ai 50 anni di età il timo abbia esaurito buona parte delle proprie riserve di linfociti T in grado di rinoscere i nuovi patogeni e insegnare alle cellule immunitarie come affrontarli. Dal momento che quasi tutti i vaccini fondano la propria efficacia proprio su questo tipo di linfociti, si capisce perché un approccio di questo tipo su un anziano potrebbe non essere quello più adatto. “Fino a poco tempo fa lo sforzo della comunità scientifica nello sviluppo dei vaccini era mirato a salvare la vita dei più giovani” afferma Martin Friede, coordinatore della ricerca per la produzione e distribuzione dei vaccini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. “I soggetti che hanno più bisogno del vaccino potrebbero in realtà essere quelli per i quali il vaccino potrebbe non funzionare”.

Spesso le case farmaceutiche ricorrono a degli escamotage per aggirare questo tipo di ostacoli. I due più comuni sono il sovradosaggio e e l’uso di adiuvanti. Il primo metodo è stato ad esempio adottato dalla Sanofi Pasteur per il vaccino anti-influenzale Fluzone, che nella sua versione over-65 contiene quattro volte la dose di antigene immunostimolante. Il secondo, invece, nel caso del vaccino Fluad, che contiene l’adiuvante MF59 derivato dallo squalene. Un altro adiuvante proveniente dalla stessa sostanza, l’AS03, era stato usato nei tentativi di realizzare un vaccino per l’influenza suina del 2009, ma era stato ritirato dal mercato in fretta e furia dopo la segnalazione di un gran numero di casi di narcolessia. Inutile sottolineare quanto queste strade possano essere rischiose se applicate a un vaccino approvato in fretta e furia, senza che siano rispettati i tempi tecnici per approfondire tutti i potenziali aspetti pericolosi per la salute.

L’immunosenescenza, inoltre, non dipende solo dalla riduzione della grandezza del timo o dalla produzione di linfociti T. Dall’analisi delle risposte immunitarie degli anziani i ricercatori si sono accorti che il sistema immunitario è spesso impegnato a combattere una battaglia “eterna” contro determinati virus che tendono ad annidarsi nei gangli dell’organismo senza mai venire debellati completamente. In questo modo parte della “potenza di fuoco” è perennemente impegnata a combattere battaglie pregresse, come quella contro il citomegalovirus (CMV). “Osservando la popolazione anziana, vediamo che a volte anche il 20% del sistema immunitario è impegnato contro il CMV”, afferma David Kaslow, vicepresidente per i farmaci essenziali presso il PATH, una non profit di Seattle. Sono tante, insomma, le ragioni per non eccedere nell’ottimismo sull’efficacia dei vaccini che presto o tardi arriveranno nei nostri ospedali.

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