Dott. Bruno Zucca

Invecchiamento: una questione sociale e culturale 

Tempo di lettura: 4 minuti

Gli eventi epidemici hanno messo in luce la drammatica condizione in cui vivono le persone anziane anche da un punto di vista sanitario. Nel corso dell’ultimo anno, molti degli appartenenti a questa età della vita, sono stati abbandonati a sé stessi, con cure insufficienti e spesso isolati dai rapporti con i loro famigliari. 

Una società gerontofobica

All’interno di una campagna di prevenzione territoriale delle malattie degenerative e delle malattie infettive, sarebbe importante che le Istituzioni preposte si occupassero della qualità della vita dei cittadini e promuovessero stili di vita più sani.  Il progresso tecnologico e scientifico, il benessere materiale ed economico ed i passi in avanti compiuti dalla medicina hanno consentito all’uomo contemporaneo di godere di una maggior aspettativa di vita. Nei secoli scorsi si moriva molto giovani, oggi invece si può raggiungere facilmente un traguardo di ottant’anni. La cultura dominante non ha considerato però questo salto epocale una risorsa per l’Uomo, bensì una perdita economica per gli Stati. La nostra società non è in grado di tollerare l’invalidità, l’inefficienza senile od il destino di morte. 

Anziano baby-sitter?

Frequentemente i nonni servono alla famiglia per occuparsi dei nipoti, altrimenti abbandonati a sé stessi da genitori che per necessità sono impegnati, dal punto di vista lavorativo, a tempo pieno; ed è solo per questo che spesso non si tollera l’eventuale invalidità dell’anziano. L’inadeguatezza dei servizi domiciliari comporta spesso lunghe degenze in costose case di cura lontano dagli affetti. In questi stessi luoghi poi si finisce per morire in maniera anonima. Anche l’esperienza del morire infatti viene negata dalla materialistica società dell’apparire. Molte situazioni parafisiologiche dovute all’invecchiamento potrebbero essere seguite a casa da personale specializzato impegnato sul territorio, capace di supportare solitudine e mancanza di autosufficienza. Spesso ci viene detto che questo non è possibile perché mancano i soldi, lo Stato è già pesantemente indebitato e non può permetterselo. A milioni di persone che hanno lavorato una vita intera non viene così concessa l’opportunità di godere nell’ultima parte della loro esistenza di attività assistenziali, ricreative, culturali e sociali. I talenti umani rimasti inespressi nel periodo economicamente produttivo della vita non vengono così valorizzati, neppure tardivamente. Si ritiene infatti dispendioso investire nel settore assistenziale, ricreativo e culturale, considerato economicamente troppo impegnativo per le finanze statali. 

Iper-medicalizzazione

Pur considerando che l’allungamento dell’età media comporta inevitabilmente un maggior numero di malati da curare e maggior assistenza da erogare, non possiamo parallelamente denunciare lo spreco economico conseguente ad una eccessiva medicalizzazione dell’invecchiamento. Si ricorre infatti spesso a ricoveri, accertamenti o terapie inutili; nel caso di tumori o demenze che colpiscono i novantenni si opera talvolta un vero e proprio accanimento terapeutico. 

Promuovere cultura e autocoscienza

Una società culturalmente matura ed evoluta, come la nostra vorrebbe e potrebbe essere, deve cogliere l’opportunità dell’allungamento dell’aspettativa di vita e consentire ai suoi cittadini più anziani una dignitosa Terza età. Dovrebbe offrire loro la possibilità di apprezzare maggiormente l’esistenza attraverso la promozione di momenti di ricerca psicologica interiore (gruppi psicologici di autocoscienza), di luoghi di formazione culturale (università per anziani), di palestre dove si possono praticare attività ginnico – sportive, di ambiti che consentano l’espressione artistica, di spazi ricreativi e di socializzazione, promuovendo attività come l’orticoltura, i centri bocciofili, le scuole di danza o di musica. I soldi che per guerre ed armamenti sono sempre facilmente disponibili non lo sono altrettanto per investimenti di carattere sociale; non è mai accaduto, infatti, che si decidesse di non fare una guerra “per mancanza di fondi”. Aiutare lo sviluppo psicofisico e spirituale di un individuo che invecchia è considerato “superfluo”, un lusso che la nostra civiltà non può permettersi. Invecchiare nel terzo millennio avrebbe potuto essere un grande privilegio per ampi strati di popolazione, invece oggi è considerato un peso economico insostenibile per le casse dello Stato. Una delle tante contraddizioni della nostra epoca è quella che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile a fronte di milioni di giovani senza lavoro. Se nella nostra epoca prevalesse il buon senso e la saggezza a tutto questo si porrebbero correzioni. Si continua invece a considerare l’invecchiamento non remunerativo e causa di perdita di produttività. 

Il valore della vita

In una società che misura tutto con il parametro del denaro. Il vivere più a lungo non viene valorizzato, non viene considerato un traguardo del progresso, capace di consentire un sereno e ampio sviluppo delle potenzialità umane. Il passaggio dalla società contadina alla società industriale ha comportato un atteggiamento culturale svalutativo verso la vecchiaia. Nella società dell’efficienza il vecchio è considerato un peso, non è più il maestro di vita che può orientare le scelte con i suoi saperi e la sua saggezza. I tempi dilatati e liberi dal vincolo produttivo che accompagnano la terza età non vengono considerati una opportunità di espansione e di espressione delle potenzialità valoriali dell’essere umano. Invecchiare può infatti consentire lo sviluppo di importanti caratteristiche umane: la sapienza, la saggezza, la maturità, l’equilibrio. Queste qualità, per altro, non sono possibili precocemente nel processo di sviluppo psicologico perché sono direttamente proporzionali all’età. Quando un individuo gode della forza della giovane età si sente padrone della situazione; egli deve giustamente investire energie per raggiungere i suoi scopi con entusiasmo e coraggio. Quando invece perde vitalità impara ad essere più misurato, a riconoscere il senso del limite, a rinunciare alla presunzione e all’onnipotenza; impara ad affidarsi al destino, a rinunciare all’egoismo, diventa più fatalista e può insegnare e testimoniare la saggezza, la fede e la religiosità. 

L’uomo da i migliori frutto nel suo autunno

Tutto questo è difficile che si manifesti in epoca giovanile poiché l’albero della vita umana dà i suoi frutti in autunno, cioè tardi negli anni, quando finalmente l’essenza umana può emergere. L’essenza dell’uomo è caratterizzata da molteplici facoltà, tra cui la libertà, la socialità e la spiritualità. L’uomo nasce libero ma la vera libertà la può sperimentare solo quando si libera dai doveri sociali e familiari e può essere veramente sé stesso, ovvero quando è anziano. L’uomo è un animale sociale ovvero non può prescindere dalle relazioni umane: l’età in cui può esprimere il meglio di sé in campo affettivo, comunicativo e sociale è l’età avanzata, quando equilibrio, saggezza ed autenticità possono emergere. L’uomo è un essere spirituale e nella Terza età può finalmente dedicarsi all’ascolto del silenzio interiore, alla contemplazione del mistero che lo sovrasta, sviluppando la capacità di affidamento. A quest’albero dai frutti tardivi una società evoluta deve dare rispetto e nutrimento pena un’inesorabile decadimento involutivo. L’evoluzione sociale umana è infatti conseguente all’evoluzione dei suoi membri di generazione in generazione.

1 commento

  1. Pienamente d’accordo.
    Mi piacerebbe azzardare una riflessione su case di riposo e e scuole dell’infanzia, realtà che non esistono coniate in ambienti vicini, contermini, rinunciando così all’effetto vivificatore dei piccoli sugli anziani ed alla capacità dei piccoli di tollerare l’anziano anche infermo. Il tutto a piccole dosi, sicuramente. E dare un’idea della vita come ruota.

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